Anche La Paternità Ha Le Sue Doglie

la strada del padreSe la madre è legata al figlio da un cordone ombelicale che persiste nell’anima da quando si taglia nella carne, il padre è legato ai figli da una strada che congiunge e traversa le anime. Perché la madre è l’abbraccio, e il padre è la strada.. 

di Davide Rondoni          E’ obbligatorio leggerlo!!!!   

Ci sono le doglie della paternità, almeno quanto ci sono quelle della maternità. Ci sono i segreti, le ferite, i disastri della paternità almeno quanto ci sono le complicità, le pene, le soddisfazioni della maternità. Un padre ha doglie diverse ma non meno dolorose di quelle carnali, non meno strazianti di quelle del parto. Un dolore diverso ma non per questo meno intenso. E infatti solo il pianto della madre – e il suo sorriso – sono paragonabili, per intensità e sperdutezza, al pianto e al sorridere di un padre. Nient’altro. Non esiste nient’altro di paragonabile. E niente di così misterioso e difficilmente penetrabile. Perché nessuno può sapere cosa sia per un padre vedere crescere il figlio, diventare se stesso, vicinissimo e lontanissimo. E la figlia, vicinissima e lontanissima. Dopo averli accompagnati alle soglie della vita, alle soglie dell’asilo, della scuola, della casa degli amici. Del mondo. E poi vederlo, vederla andare.
Oggi c’è una nuova ondata di pubblicistica dedicata alla figura del padre. Ci sono nel passato opere importanti, fiumi di parole. Da Dostoevskij a Kafka, da Strinberg a Pirandello, quanti padri sono stati portati in scena dalla letteratura! Da anni uno psicoterapeuta come Claudio Risé dedica una speciale attenzione all’evolversi di tale figura e alle conseguenti fratture. Ma c’è una cosa che l’evoluzione del costume non può cancellare: l’intima ferita e la gloria, lo sgomento dell’esser padre. Se ne vedono i segni ovunque, se pur cambiano i vestiti, i gesti, i portamenti. La gloria e la ferita, il vanto e lo strazio dell’esser padre non cambia, si comunica oggi come ieri in mille gesti grandi e piccoli.
Basta avere gli occhi, e guardarli questi padri gettati nel mondo con i loro piccoli in braccio, o a lato, mentre attraversano strade sotto cieli diversi, bianchi altissimi su grandi radure o bassi tra cementi e vetrate, sul limitare di foreste e deserti o di piazze affollate e ragnatele di palazzi. Quei padri che siamo, come il personaggio di un bel romanzo di Cormac Mc Carthy, e che si trovano sulla strada, in mezzo a ogni tipo di pericolo e di fatica. Dentro ogni rischio. Il padre trema nel cuore anche se il figlio non vede. «Come sarà la sua strada? dove lo porterà?». Se la madre è legata al figlio da un cordone ombelicale che persiste nell’anima da quando si taglia nella carne, il padre è legato ai figli da una strada che congiunge e traversa le anime. Perché la madre è l’abbraccio, e il padre è la strada. E come l’abbraccio può diventare una morsa, la strada può diventare una fuga o un ponte sospeso. Il problema, la gioia e la fatica del padre si chiamano: strada. Non solo perché spesso sono i padri a mettere strada tra sé e la casa, per lavoro, per viaggio (anche se ora vediamo anche nelle nostre città donne che hanno messo tanta troppa strada tra loro e i figli). La strada dunque come cordone che traversa le anime di padre e figli, non solo perché tanta strada facciamo per andar via e per tornare, per andare ancora come sempre a procacciare lavoro e beni per portarli a casa, ma soprattutto perché c’è una strada del padre che continua nei figli. Non è la strada del mestiere, o solo talvolta. E non è nemmeno la strada delle idee, perché spesso cambiano. O delle tradizioni, perché spesso si perdono, o mutano. Ma la strada che lega il cuore del padre ai figli è quella che si perde verso il confine, quella che porta – se porta da qualche parte davvero – a sconfinare oltre il tempo. Un padre sa che la sua strada ha un termine. Ma tuo figlio la prosegue, la sposta avanti, in un punto, in un vento che ti auguri per lui sia senza fine. Il padre che siamo fa una rincorsa come per lanciare suo figlio più avanti nella strada, ma non solo più avanti, per sempre su una strada. Come se facendo quei giochi che si fanno ai nostri figli da piccoli, quegli op op cavallo, o i “volavola”, o più avanti facendo le corse per finta o su un aggeggio elettronico dovesse iniziare per lui, per lei qualcosa senza fine. Una strada verso l’eterno. L’aveva capito il grande poeta, quando incastona come una gemma grezza nel suo Inferno la rima “paterna/etterna”. Parlava di un suo maestro, discuti- bile ma amato, lercio di peccato ma caro e buono. Noi padri non siamo spesso così? Dante ci dice che Brunetto fu per lui una cara immagine “paterna” che insegnava come l’uom “s’etterna”. Ha forse altro compito il padre – di sangue o d’elezione – che lanciare suo figlio verso l’eterno, che indicarglielo, in fondo alla strada, in fondo a ogni gesto, a ogni sì, ogni no, in fondo allo sguardo con cui lui, nella luce piena e nella luce che declina, indica che giro compie la luce? Un padre, si dice, deve insegnare la forza, la rettitudine, il rispetto, il coraggio. Certo, ma a che pro, se si tratta di fare solo un pezzo interrotto di strada, un ponte sospeso sul nulla?
Se sospingi i tuoi figli su un ponte spezzato, su un viottolo chiuso da un muro, a che serve insegnare qualcosa che non ha prezzo, che non ha valore misurabile? Basta fornirlo di qualche istruzione, di qualche abilità per cavarsela. Di qualche astuzia. e munirlo di una buona dose di anestetico. Ma se la strada non ha fine, allora l’avventura si può correre, con il cuore slacciato e pieno, assumendosi ogni rischio pur di non andare a vanvera, di non lasciarsi rubare il respiro, e avere il gusto di fermarsi e poi di oltrepassare le stazioni, gli autogrill, le gole e i passi più aspri, stupendosi davanti ai panorami inaspettati. E proseguire con una promessa che passa da cuore a cuore, da viso a viso somigliante e dissimile, da voce a voce, da carne a carne come un pegno, un sigillo di cielo.

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